Spesso mi capita di sentirmi in imbarazzo quando dispenso consigli ai caregiver familiari. Non perché non creda in ciò che dico, ma perché mi rendo conto della complessità estrema delle loro situazioni e dell’unicità di ogni singola storia.
Ogni famiglia è un sistema a sé e ogni soluzione teoricamente corretta può essere, nella pratica, impraticabile.
Ultimamente mi sono capitati alcuni episodi che hanno aumentato ancora di più questo senso di inadeguatezza.
Il primo riguarda un mio conoscente ultraottantenne che, insieme alla sorella quasi ottantenne, si prende cura della madre ultracentenaria con demenza. Due anziani che assistono una persona ancora più anziana. Le loro giornate scorrono in una continua ricerca di badanti che la madre, con regolarità e talvolta con aggressività, manda via.
Non perché sia una persona “difficile”.
Ma perché è una persona con demenza e gestire una persona con demenza richiede competenze specifiche. Non improvvisazione e buona volontà, ma competenza.
Il giorno dopo mi sono trovata davanti a un’altra scena: una signora anziana e non autosufficiente accompagnata alla visita ospedaliera da una badante che non parlava italiano.
E gli esempi potrebbero continuare all’infinito.
“Fatti aiutare”. Ma da chi, esattamente?
Quando un familiare che si prende cura di un anziano non autosufficiente denuncia la propria stanchezza – fisica o psichica – o l’impossibilità di prendersi cura direttamente della persona bisognosa, il consiglio che gli diamo è quasi sempre lo stesso:
“Fatti aiutare.”
Anch’io incoraggio un sano egoismo, l’autodifesa, la necessità di preservarsi.
Ma di quale aiuto dispongono i caregiver familiari, dove lo trovano e com’è?
L’incontro tra due disperazioni
Nella maggior parte dei casi, le badanti che vengono ingaggiate, proprio come quelle degli esempi iniziali, rientrano nella categoria dei caregiver informali: non hanno una formazione specifica per l’assistenza alla non autosufficienza e raramente arrivano attraverso canali strutturati; pertanto, spessissimo non hanno nemmeno un contratto che riconosca competenze e responsabilità.
Perché funziona così?
Io credo che l’incontro tra una famiglia che cerca una badante e una badante che cerca lavoro sia, molto spesso, l’incontro tra due disperazioni.
Da una parte le famiglie che arrivano alla decisione in extremis, quando “come prima non si può più andare avanti” e, a caro prezzo, accettano il primo aiuto disponibile.
Dall’altra le donne – spesso straniere, ma non solo – che possono essere laureate o appena alfabetizzate, accomunate però da una necessità economica urgente. Accettano un lavoro per il quale quasi mai sono preparate e che spesso mette a rischio la loro salute fisica e psicologica.
Una situazione “lose-lose”
Nel marketing si parla di “win-win”, una situazione in cui tutti vincono.
Qui siamo di fronte, più spesso, a una dinamica “lose-lose”.
• Perdono le persone assistite, che ricevono talvolta cure inadeguate non per cattiva volontà, ma per mancanza di formazione e supporto.
• Perdono le famiglie, che sostengono costi elevatissimi e affidano i propri cari a persone scelte sulla fiducia; fiducia che a volte viene tradita.
• Perdono ancora le famiglie, impegnate in una ricerca continua di sostituzioni per il giorno di riposo o quando, inevitabilmente, la badante dopo pochi mesi lascia un lavoro così gravoso.
• Perdono le badanti, che svolgono compiti di enorme responsabilità per compensi che, anche moltiplicati, difficilmente compenserebbero il carico emotivo e fisico richiesto.
Eppure, quando si dice a un caregiver “fatti aiutare”, spesso si intende proprio questo sistema fragile, informale, poco regolato.
È vero, esistono anche le agenzie a cui rivolgersi. Ma questo comporta costi ancora maggiori e, da quanto raccontano molte famiglie, non sempre garantisce personale realmente formato per l’assistenza alla non autosufficienza.
E così l’iter più comune resta un altro: la telefonata all’amica che fino a poco tempo prima aveva un genitore assistito, il passaparola in parrocchia, gli annunci nei bar degli ospedali. Una rete informale che tenta di supplire a un sistema che non riesce a strutturarsi.
Oggi mi sono imbattuta in un articolo molto interessante sulla situazione negli Stati Uniti. Il contesto è diverso dal nostro e l’assunzione tramite agenzia è più formalizzata, ma il quadro di fondo è sorprendentemente simile: un mercato costruito intorno al vuoto totale, un mercato in crescita ripidissima, proprio come il bisogno dal quale nasce, dove lavoratrici svolgono (o dovrebbero saper svolgere) competenze ad alta responsabilità clinica, spesso senza una formazione adeguata, percependo retribuzioni ben inferiori alla media nazionale.
Ma mentre l’intervento pubblico fatica a regolamentare in modo strutturale questo settore, l’articolo evidenzia come un’altra forza si muova rapidamente: il mercato tecnologico.

Fonte: Unsplash
Le aziende stanno investendo nella sostituzione (o integrazione) del lavoro umano con robot assistivi.
E io mi/vi domando: è questo il futuro che desideriamo?
I primi studi sui robot sociali — utilizzati per ridurre l’isolamento e favorire l’interazione — mostrano risultati incoraggianti. Alcuni esperimenti suggeriscono una diminuzione della solitudine percepita e un miglioramento dell’umore. Un robotino di nome ElliQ è stato fornito a circa 200 americani e, su 173 soggetti che lo hanno utilizzato per 30 giorni, l’80% ha dichiarato di essersi sentito meno solo, mentre il 73% ha dichiarato che la propria qualità della vita era migliorata.
Ma quando si parla di robot umanoidi capaci di sostituire realmente le attività assistenziali complesse, siamo ancora lontani.
Inoltre, è verosimile che i sistemi robotici avanzati avranno costi iniziali molto superiori rispetto all’assunzione di una badante. Questo significa che saranno accessibili a una quota ancora più ristretta di famiglie, con il rischio di ampliare ulteriormente le disuguaglianze.
Il paradosso è evidente:
da un lato un lavoro umano essenziale, poco riconosciuto, poco regolato e poco retribuito;
dall’altro una promessa tecnologica costosa, ancora incompleta, ma economicamente più attraente per chi investe.
Forse, quindi, la domanda non è tanto se il futuro sarà umano o robotico, ma se riusciremo finalmente a riconoscere il valore reale del lavoro di cura e a sostenerlo in maniera adeguata attraverso infinite misure e strumenti possibili.
- Ripamonti, M., et al. (2024). The hidden costs of informal caregiving: a concept analysis. BMC Nursing.
- Seddon, F., & Robinson, G. (2025). Socially assistive robots and meaningful work: the case of aged care. Humanities and Social Sciences Communications.
- Broadbent E, Loveys K, Ilan G, Chen G, Chilukuri MM, Boardman SG, Doraiswamy PM, Skuler D. ElliQ, an AI-Driven Social Robot to Alleviate Loneliness: Progress and Lessons Learned. JAR Life. 2024 Mar 5;13:22-28. doi: 10.14283/jarlife.2024.2. PMID: 38449726; PMCID: PMC10917141.
- Childcare and Eldercare Are the Same Crisis. America Hasn’t Solved Either.
