Per il caregiver

Non è cattiveria, è malattia

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Capire i comportamenti difficili per sopravvivere al caregiving

È una domenica mattina freddissima.
Di quelle in cui restare a casa, al caldo, avvolti da un’atmosfera accogliente, magari ancora illuminata dagli addobbi delle feste appena passate, è un piccolo lusso che scalda il cuore.

Per un caregiver, però, restare a casa spesso non è una scelta ma una necessità. E l’atmosfera, dentro quelle mura, spesso non ha nulla di rassicurante.

Il caregiving, infatti, non significa solo tanta fatica fisica, che già da sola logora il corpo e la mente, ma ciò che spesso risulta ancora più difficile da sopportare sono i comportamenti delle persone assistite.
Comportamenti che arrivano da chi si ama, da chi si sta cercando di proteggere, aiutare, sostenere.

Non è raro ritrovarsi a pensare:
“È diventato egoista.”
“È diventata cattiva.”
“Non è più grato di nulla.”

E nei casi più duri, ci sono anche le aggressioni verbali, a volte fisiche.
Eppure l’invito è sempre lo stesso: capiscilo, non prenderla sul personale, è la malattia.

Credo che la risposta alla domanda “è il carattere o è la malattia?” possa aiutare a reggere meglio il peso psicologico del caregiving.

La scienza ci dice una cosa chiara:
La perdita della salute, nostra o di una persona amata, rappresenta una delle principali, se non la principale, cause di stress e di emozioni negative.

Quando la salute vacilla, arrivano emozioni difficili da gestire:
ansia, depressione, rabbia, irritabilità, tristezza, paura, senso di ingiustizia, demoralizzazione…
Spesso non una alla volta ma tutte insieme!

La malattia non colpisce solo il corpo. Colpisce l’umore e i comportamenti.

I farmaci, il dolore, la stanchezza, le limitazioni fisiche cambiano il modo di reagire al mondo.
E quando una persona si sente dipendente dagli altri fisicamente, economicamente ed emotivamente, nascono pensieri bui, frustrazione, rabbia. In particolar modo per un anziano il futuro sembra spesso una porta chiusa, senza progetti e prosettive.

La letteratura scientifica ci spiega che i tratti premorbosi e lo stile relazionale precedente allo sviluppo della malattia possono modulare l’intensità e forma dei sintomi e delle reazioni, ma nella maggior parte dei casi non è il carattere profondo a cambiare. Sono gli stati emotivi: la rabbia, l’ansia, la paura, la tristezza.

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Fonte: Unisplash, Artijom Kabayev

Pensiamo al dolore cronico. Quando non se ne va mai, logora la pazienza, spegne la serenità, accende l’irritabilità e la rabbia. Pensiamo alle malattie oncologiche o terminali: portano con sé paura, vergogna, rabbia, confusione e tutto questo pesa anche su chi assiste, spesso fino alla depressione.

Più la malattia è grave e lunga, più gli effetti emotivi diventano intensi.

Ma il caso decisamente più complesso e difficile da comprendere, accogliere e gestire è quello legato alle demenze e ad altre malattie neurologiche, come lo dimostra anche la vastità della letteratura disponibile e la numerosità dele associazioni e community dedicate al sostegno dei caregiver.

Qui la sfida è ancora più dura perché cambia la mente, il comportamento e la personalità.

Agitazione, aggressività, delirio, apatia, disinibizione….

Questi sintomi non sono dettagli ma il cuore della malattia.
E colpiscono profondamente chi si prende cura.

Quando si è stanchi, esausti, svuotati, è facile confondere questi comportamenti e sintomi con egoismo, cattiveria, menefreghismo. E il peso emotivo diventa ancora più grande.


Caro caregiver, spero che queste evidenze, che sono certa già conoscevi perché te le suggeriva il tuo cuore, possano esserti di aiuto in quei momenti in cui è particolarmente dura!

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