Per il caregiver

Tra l’empatia e l’autodifesa

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Dal diario di una caregiver

Sono una di quelle figlie di un genitore anziano e bisognoso di assistenza: fisicamente assente, ma organizzativamente e psicologicamente sempre presente. Anche se non riesco a sopportare il termine “caregiver”, è di questo che si tratta.

Psicologicamente, in questo ultimo periodo, sono talmente presente che, come molti altri nella mia stessa situazione, sento di essere al limite: come se stessi per esplodere, come se non riuscissi più a reggere il peso delle informazioni negative, delle lamentele, delle richieste costanti di attenzione, dei pianti da consolare e delle paure da contenere.

Scrivo subito dopo un incontro con mia madre, una donna anziana sempre più stanca della sua sofferenza, della malattia, delle difficoltà organizzative e delle sue molte paure. E scrivo anche dopo l’ennesimo scontro, perché ogni nostro incontro, tanto desiderato e atteso, finisce quasi inevitabilmente per trasformarsi anche in conflitto.

Perché accade questo?

Quando cerco una risposta, torno spesso a una parola oggi molto utilizzata: empatia. So definirla, so in teoria come dovrebbe essere praticata, ma sempre più spesso dubito di riuscire davvero a esercitarla.

Ho sempre creduto di essere una persona empatica, perché non resto indifferente alle difficoltà altrui: non distolgo lo sguardo, non mi rifiuto di aiutare. Ma oggi mi rendo conto che questo non coincide necessariamente con l’empatia. Quando mi confronto con mia madre, che ha bisogno di raccontare i suoi problemi, di essere ascoltata, di piangere, io non riesco a restare in silenzio. Intervengo subito: richiamo scenari peggiori, elenco le sue fortune, propongo soluzioni, suggerisco strategie di reazione e di gestione. E proprio da qui nascono i conflitti. Perché, se da un lato io agisco con l’intento concreto di aiutare, dall’altro ciò che sembra necessario è semplicemente ascoltare senza giudicare, senza intervenire, senza “fare”.

Fonte: Unsplash – Marco de Hevia

A tutto questo si aggiungono i mille altri carichi della mia vita: lavoro, figli da crescere, una condizione di separazione, responsabilità quotidiane e la paura, spesso silenziosa, di ciò che un giorno potrebbe attendere anche me.

Il problema è che ciascuno tende ad applicare agli altri il proprio modo di essere: io, per carattere, dopo un primo momento di emotività, cerco immediatamente soluzioni. Ma questo approccio non è sempre compatibile con il bisogno dell’altro, soprattutto quando si tratta di ascolto emotivo. Il punto è che un caregiver non è necessariamente – anzi, molto raramente – una persona formata in ambito psicologico, e questo rende ancora più complesso il bilanciamento richiesto.

Per questo, il richiamo all’empatia, così spesso proposto, rischia di diventare difficile da realizzare nella pratica quotidiana. E tuttavia, è proprio l’empatia a emergere come bisogno centrale, sia per la persona assistita sia per chi si prende cura.

Anche su questo punto la letteratura scientifica aiuta a mettere meglio a fuoco la questione. Diversi studi sul caregiving mostrano infatti che lo stess e il burden non dipendono solo dall’intensità dei bisogni assistenziali, ma anche da come vengono gestite le emozioni nel tempo e dalla qualità della relazione. In particolare, la ricerca in ambito psicologico e neuroscientifico distingue tra una componente cognitiva dell’empatia – cioè la capacità di comprendere lo stato dell’altro – e una componente emotiva, che se non regolata può diventare progressivamente logorante e aumentare il rischio di burnout!

Per questo motivo, ciò che emerge non è la necessità di “più empatia” in senso assoluto, ma piuttosto di un suo equilibrio con forme di autodifesa psicologica. È necessario ascoltare e comprendere, ma anche mantenere un distacco compassionevole che impedisca di essere travolti dalla sofferenza altrui. Uso spesso un’immagine per descriverlo: quando si viene catapultati in un fiume, non si può abbracciare chi sta annegando rischiando di affondare insieme a lui; è necessario piuttosto cercare un appiglio, un tronco, qualcosa che permetta di restare a galla e di aiutare senza soccombere.

In definitiva, il punto non è “essere più empatici”, ma trovare una forma di equilibrio tra comprensione e protezione di sé.

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